mercoledì 27 ottobre 2010

Don Aurelio



Avevo fretta di conoscere don Aurelio.
Una sensazione mi dice che probabilmente è il kallawaya che cercavo.
La pachamama, tramite le foglie di coca, mi dice che i luoghi sacri mi han chiamata, che sono qui per questo. Una domanda e la foglia cade, poi un'altra e un'altra ancora.
"Sara, hai un'associazione? Un gruppo di persone che lavorano con te?"
"Sì"
"Bene, queste foglie significano questo, vedi..."
E via così, don Aurelio mi sta conoscendo quardando le foglie e guardando i miei occhi.
"È la nostra relazione con la natura, con che cosa potremmo rimpiazzarla? Attravreso la coca comunichiamo con la terra e con le anime. Nella terra siamo e terra ritorneremo, ci reincarniamo anche nelle piante, torniamo alla pachamama e la coca è un prodotto della terra, non come le carte" Alcuni kallawaya leggono le carte ma don Aurelio dice che "è una confusione che ormai persiste da 500 anni", don Miguel invece sostiene che i tarocchi siano di derivazione incaica.


"E perché nelle tavolette di zucchero di offerta alla pachamama ho visto delle figure del diavolo e della Vergine?"
"Anche quello è una confusione con la quale ormai conviviamo. Vedi io ora indosso queste scarpe da tennis perché sono più comode e mi tengono più caldo delle ciabatte, vedi anche questa è una confusione.
Vedi Sara, è una confusione"
Questo è il sincretismo con il quale si convive e si combatte.
"Le domande che posso fare alle carte sono diverse da quelle che posso fare alle foglie di coca?"
"Certo, certamente! La coca è più completa"
"Don Aurelio, come faccio a capire se un kallawaya è sincero o meno? Mi han detto che non tutti sono sinceri"
"Beh, non è facile, ma ce ne sono alcuni che lo fanno per soldi, e lì vedi. La pachamama non chiede mai dei soldi, è il malato o chi necessita di un rituale che offre un prezzo. C'è chi dice che sono matto, ma io dico che i soldi non fanno la felicità, bisogna tenersi pulito l'anima e solo così puoi essere felice.
Da quando siamo stati dichiarati patrimonio dell'unesco molti si dichiarano kallawaya. Però non si può dare una tariffa, questo crea danno alla nostra cultura e per questo rischia di perdersi,
i veri kallawaya lavorano la terra e stanno sempre in contatto con la pachamama, il contatto deve essere quotidiano."
DoñaJustina, la sposa di Don Aurelio, ci porta un mate di camomilla e per renderlo più dolce ci aggiunge della Stevia, un dolcificante naturale "perché lo zucchero bianco è veleno, e così quello di canna, il miele va bene"


"Sara, c'è da fare un rituale"
"E quando? Domani devo partire..."
"Il tempo è qui. E' fermo, noi siamo i passanti. Vedi gli uccellini alla mattina? Ti parlano. Il vento accarezza la tua pelle; questa è la pachamama."
Cala la sera e torniamo verso il nostro alberghetto... una mezz'ora a piedi mente le nuvole lasciano spazio alla luna che ci illumina la strada.
E' buio nella strada della montagna ma non ho paura.


Coma fai a capire gli abitanti di un luogo se non vivi come loro?



Tre ragazze a Curva. Sono state due notti e tre giorni memorabili. Già la strada per arrivare a Curva potrebbe intimorire qualcuno: una strada non  asfaltata che sale per le montagne, larga tre metri, senza barriere, a sinistra la montagna a destra il burrone. Due ore di salita e di sobbalzi.
Siedo vicino ad una giovane donna con il suo bambino, Luis Angel, che mi sorride mentre mangia i biscotti. Con la donna non parlo molto, ci sorridiamo e basta, lei aspetta che mi sposti per avre lo spazio di accomodare e cambiare il bambino.


Scendiamo a Lagunilla e la prima cosa da fare è cercare Umberto: il padrone dell'ostello. Vado a casa sua e per fotuna è qui, prende le chiavi e ci fa accomodare. L'ostello è una casetta tutta per noi molto bella e accogliente, non proprio pulita, e con qualche animaletto ospite.
Sono quasi le cinque del pomeriggio e andiamo a Curva, a circa 15 minuti a piedi, a prendere quel poco che ci manca. Sapevamo che avremmo trovato poco, ma non immaginavamo che nessuno vendesse acqua, eppure... qui si bevono solo bibite confezionate.
Alla tienda della piazza trovo doña Teresa, la ragazza che mi sedeva affianco in autobus, nemmeno lei ha acqua, le sorrido e prendiamo qualche verdura da cucinare.

Maribel è una gentilissima odontoiatra che lavora al centro ospedaliero di Curva, centro bellissimo perché oltre ad essere centro medico è anche consultorio Kallawaya (medici tradizionali). Qui le due medicine sembrano lavorare assieme e nello stesso luogo si può incontrare un dottore e un kallawaya, il paziente può quindi seguire entrambe le cure, o decidere di prendere delle medicine allopatiche e chiedere un rituale per la pachamama o consultare un kallawaya per organizzare un riuruale utile a richiamare la sua anima che lo ha abbandonato dopo uno spavento.
Maribel mi aiuta a trovare dei kallawaya disponibili a parlare di sè e del loro lavoro, e tra un appuntamento vero e uno mancato riesco a parlare con don Ramon e don Miguel, lo sciamano invece non c'è e nemmeno don Maximo, probablimente è a La Paz. Tutto questo perché i kallawaya viaggiano molto, sono conosciuti come medici itineranti e la loro forza sta nel fatto che costantemente si radunano per confrontare le esperienze di ciascuno e mantenere vivo il loro sapere, sparso per gran parte del sud America.
Dopo la prima chiacchierata con don Ramon torniamo a casa. Sono le 8 di sera e camminiamo nel buio per arriovare a casa e scoprire che Umberto non è passato ad aprirci gli armadi... vado a casa sua ma stanno tutti dormendo.
"Scusi Umberto! Scusi per il disturbo ma ci servono le chiavi...grazie...anh, c'è acqua calda?
"Agua caliente? No hay"
"E quanto dura la luce?"
"Non lo so, dipende..."
"Vale, muchas gracias, buenas noche.... disculpame por la molestia."

Alla mattina ci svegliamo avvolte nella nebbia. Il paesino sembra sospeso nel nulla e ogni passo verso Curva mi regala un'apparizione, qualcuno che appare dalla nebbia "buen dia", e scompare nella nebbia alle mie spalle, verso la sua meta.


Maribel mi aiuta ancora e facciamo il giro del villaggio fino al cimitero e su nel luogo sacro, dove i kallawaya si ritrovano per le loro cerimonie alla pachamama. I luoghi sacri sono otto e ognuno guarda un punto cardinale, sono luoghi ricchi di energia della terra, del vento, della montagna e dai quali si può vedere un pesaggio infinito: le ande con i loro terrazzamenti e le loro valli, qualche paesino e delle acquile che volano. C'è una croce. "E' la lotta della Chiesa Cristana contro i luoghi che ritiene pericolosi" mi spiega don Aurelio "qui i preti han sentito un'energia diversa e per combattere ciò che loro chiamano demonio han posto una croce, è la loro difesa." I kallawaya non si arrendono e continuano a rispettare la natura, ad organizzare riruali e ad offrire doni e chiedere aiuto e protezione alla pachamama e a necessità si recano nel loro luogo sacro, nonostante la croce.


Torno a casa con delle uova in una mano e con l'altra trascino della legna, incontro una vecchia signora carica di legna sulle sue spalle e un asino che la segue; sicuramente la sua legna avrà riscaldato la sua casa meglio della nostra!
Le ultime chiacchiere con i kallawaya e poi dobbiamo partire anche non è chiaro l'orario di partenza dell'autobus: sembra alle 12:00, un vecchio del paese dice 11:30 forse 12:00 e l'autista 11:00... forse è per questo che ieri una delle tre foglie di coca è caduta storta quando le ragazze han chiesto del viaggio a don Ramon. In ogni caso alle 11 siamo in strada e dopo 10 minuti arriva puntuale la pioggia, l'autobus dopo 20.
L'autobus scende tra la pioggia e la nebbia. Il viaggio è ancora più spaventoso e la strada è peggio della famosa carretera de la muerte.
Lasciamo Curva avvolta nella sua nebbia. Don Ramon scende con noi per un incontro importante e mi lascia la sua voglia di parlare della sua consocenza e alcune preziose rivelazioni sulle piante medicinali, lascio don Miguel e i suoi racconti dei rituali e dei tarocchi e lascio anche doña Teresa, che incontravo sempre in questi giorni e che solo prima di partire ho saputo la sua triste storia.

Il lago del puma



Aspettavo che l'acqua diventasse fuoco e che l'azzurro si lasciasse coprire dall'arancione e dal rosso, speravo che il sole mi ragalasse questi colori per poi lasciar dimorare le stelle in cielo; l'indomani poi sarebbe spuntato nuovamente in un gioco che ormai esiste da sempre perché rinasce con gli stessi colori con cui si fa salutare. Vengono invece verso di me, verso il lago, nuovole dense e pesanti. Le Ande non tradiscono la loro magia e mi regalano un'altra emozione: il temporale sul lago. Questa notte gli spiriti del lago si stan scatendando e io pescatore devo andarli a pregare: non voglio annegare.
Non credo ai miei occhi: la pioggia sta diventando neve, i fiocchi cadono pesanti e grandi ricoprendo il verde dell'erba dei campi. E' primavera qui a 3800 metri, è primavera qui sul Titicaca, è primavera qui sotto la neve.
Domattina sarà stupendo anche se la neve renderà diffcile, se non impossibile, il mio arrivo a Charazani, paesino sperso tra le Ande e che per farsi raggiungere ci chiede di superare un passo di 5000 metri.
Cerco di non preoccuparmi e dal divano scrivo e guardo fuori, ascolto la neve silenziosa che quasi mi fa credere di non esserci, mi fa sperare che domani sarà tutto sciolto. Il silenzio è attorno a me nell'ampia stanza con il pavimento a scacchera rossa e gialla e con due statue di cera che mi guardano; alla parete un grande carta della Bolivia in cuoio del 1859.
Ora è buoio e quache timida luce fa capolino dall'altra sponda del lago e ci tiene compagnia. La dueña, con la sua gonna ampia e colorata, entra con in mano l'erba di cedron per farci fare il mate caldo.
Il caldo del sacco a pelo mi avvolge, in lontanza sento cani abbaiare e il vento raccoglie il loro lamento e lo porta a me; lascio la notte alla notte e attendo domani, attendo le Ande e il lago, attendo che il sole sciolga la neve e mi permetta di giungere a Charazani e dai suoi Kallawaya.


lunedì 4 ottobre 2010

Don Isaia

Ora che sono in moto l'aria diventa ancora più fredda ma le lievi lacrime che affiorano non sono solo per il vento. Succede sempre così quando inizio a conoscere un luogo; e lo vivo davvero nel momento in cui chi lo abita me lo presenta attraverso i racconti e le esperienze, donandomi frammenti della propria vita. La luce del sole sta calando quando don Isaia mi abbraccia e mi ripete "non si dimentichi di noi, non si dimentichi di noi", mi guarda salire sulla moto e mi augura buona fortuna.


Abbiamo appena finito di pranzare ed arriva il momento del saluto:
"Sara, quando tornerà?"
"Non lo so, spero presto. Ora sarò in giro per la Bolivia per due mesi, forse finiti questi due mesi tornerò, o forse dovrò tornare in Italia..."
"Quando tornerà qui si ricordi di venire da me"
"Certo"
"E le insegnerò tutto quello che so, le piacerebbe sapere delle piante e come curare?"
"Certo, è per questo che sono qui"
"Allora sa dove trovarmi"
"Posso tornare questo pomeriggio? E' a casa?"
"Sì sono a casa"


Don Isaia vive fuori dalla città dove le strade non sono asfaltate e dove le case sono di legno o terra. Il suo salotto è all'aperto e mentre parliamo la sua signora sta cuocendo la cena e i bambini giocano felici nella terra. Il tavolo e le sedie sono di legno come anche la piccola costruzione alla nostra destra che ospita un letto. La proprietà è recintata e i bambini corrono entrando e uscendo dalla porta.
Isaia sorride orgoglioso sporgendomi i libri dai quali ha studiato, li guarda come fossero la prova del suo sapere che non si limita alla semplice conoscenza delle erbe medicinali ma si estende al mondo dell'occulto e della magia nera e verde, ovvero quella dell'amore. E' importante conoscere per sapere chi combattere perché la visione totale della complessità del reale ci permette di muoverci con cognizione di causa. Isaia ha una sua personale idea di ciò che è bene e di cosa significa aiutare, si definisce operatore di magia bianca, anche se di magia non si parla dato che opera con erbe, radici e cortecce. La sua scelta di diventare uomo di medicina nasce da una risposta vittoriosa alla sua cecità, cecità dovuta ad un'azione maligna di uno stregone probabilmente mosso da qualche persona invidiosa. Qui la conoscenza erboristica si fonde con la religione e con l'azione divina che porta ad una soluzione: il Signore gli dà la forza per guarirsi da solo. Chiede a sua moglie di prendere le foglie di una certa pianta e di applicarle sui suoi occhi. Il giorno seguente riacquistò la vista e iniziò la sua carriera da erborista studiando alla Sobometra de La Paz.
È un racconto di vita molto comune tra i medici tradizionali, anche africani, i quali devono prima vivere una forte esperienza di malattia che consente loro di acquisire la conoscenza della sofferenza per poi sconfiggerla, questo percorso gli permette di testare il rimedio per poi proporlo ad altri bisognosi.
Oltre agli attestati che con cura ripone in una cartellina mi sporge con orgoglio delle piccole lettere di pazienti che dichiarano di esser guariti dopo un suo intervento. Le parole battute a macchina e le rughe sul viso di Isaia non tradiscono gli anni trascorsi a compiere questo lavoro, che purtroppo ora nessuno dei suoi figli vuole intraprendere.

sabato 2 ottobre 2010

1000 km ovvero due giorni por la carretera

Ande, amazzonia, pampa e foresta pre-savana, tutto questo c'è in Bolivia e tutto questo noi abbiamo visto dal nosto pulmino. Due giorni infiniti di viaggio che ci han regalato immagini meravigliose e una stanchezza non indifferente.


Incallajta significa terra degli Inca e si trova a 132 km ad est ci Cochabamba, è l'estremo avamposto orientale dell'impero Inca, abbandonato nella prima metà del 1500.
Qui siamo immersi nel paesaggio andino, abbraciati da rotonde e morbide montagne di color verde scuro e steppose.


Renè intinge l'indice nel calice di vino, lancia una goccia a terra e si tocca la fronte, la bocca e il cuore perché prima di mangiare e bere qualunque cosa lo si dà alla Pachamama. Renè è un cochabambino conosciuto alla Isla, un insieme di chioschetti allegri dove si può mangiare tacos, anticuchos, hamburghesa, e sevice (zuppa di pesce crudo). Mentre mangiamo passa un ragazzo con i capelli lunghi e alcuni monili creati da lui, è Renè, ci fermiamo a fare amicizia e ci consiglia di finire la serata al Fusion: un locale gestito da un Italiano. E così, con Giancarlo e Renè, trascorriamo le ultime due sere a parlare di Bolivia e del nostro viaggio tra un bicchiere di vino e foto di Venezia e Pordenone alle pareti. Le fetuccine al pomodoro e melanzane che ci ha preparato Giancarlo sono state il nostro saluto all'Italia e il sorriso e i racconti di Renè sono stati il nostro lasciapassere


-Giancarlo, quanto tempo ci mettiamo ad arrivare a Villa Tunari?
-Beh, dipende da quanti camion trovate.
Infatti la giornata di giovedì la passiamo in viaggio... stupendo assaporando con gli occhi ciò che regala il paesaggio: dal clima andino passiamo alla foresta amazzonica. Villa Tunari si trova a 300 metri s.l.m. ma prima attraversiamo un passo a 3800 m. s.l.m.; il resto è tutta fantasia della natura.
Per pranzo Raphael ci porta al Conquistador, un ristorante elegente con un allevamento di pesce. Non eravamo troppo felici di essere lì e l'ironia del nome ci fa ricordare che siamo alla ricerca di qualcosa di più autentico e non turistico, siamo alla ricerca della Bolivia più "vera" e lontana dalla contaminazione occidentale.E' pur vero che anche questa è una realtà: è un aspetto della Bolivia di oggi e luoghi come ristornati e alberghi che rispecchiano lo stile occidentale ci sono non solo per i bianchi ma per gli stessi boliviani che desiderano, e possono permettersi, questo tipo di turismo.






L'ONU nel 1952 equipara la masticazione delle foglie di coca all'assunzione di droga. L'uso tradizionale è però stato concesso a stati come Bolivia, Perù, Colombia e Venezuela.
Attualmente ogni famiglia può coltivare fino a 4000 metri quadrati di coca e ne ricava 4 raccolti l'anno. Si chiude un rametto tra il pollice e l'indice e li si fa scorrere fino alla fine così le foglie rimangono nella mano e la pianta non viene danneggiata. Dopo 4 ore di essicazione le foglie sono pronte per il mercato. Con le foglie di coca si può produrre sapone, liquore e tè. La masticazione delle foglie è molto frequente principalmente nella zone andina perché aiuta la regolarizzazione della pressione, altri effetti sono quelli dell'eliminazione degli stimoli della fame e del sonno. All'ospedale di Chipiriri la suora fa persente che  il problema della denutrizione è lagato sia al fatto che alcuni bambini vengono abbandonati perché i genitori stanno nei campi a coltivare sia perché chi mastica molto perde lo stimolo della fame. E' anche vero che la coca ha ottimi scopi terapeutici e che risolve il problema dell'altezza, sia con il metodo della masticazione sia sotto forma di mate (tisane) che aiuta anche per vari problemi intestinali.


Aggiungi didascalia

Altri due giorni di viaggio per raggiungere Trinidad con sosta a San Javier
Gelateria ambulante al mercato. Passo a 3800 metri s.l.m.

 

Il mazziere ha il compito di mantere l'ordine nel luogo sacro e di far uscire chi non lo rispetta

Tutti i giorni alle 18 inizia l’ora del suono e gli animali della foresta cantano in coro fino al tramonto, solo una cosa sola li fa smettere: un pericolo. Improvvisamente la foresta è in ascolto, in paurosa attesa.
Qui, nel taglie e brucia, il vento porta con  il silenzio e lascia la desolazione di questo luogo: un cimitero che odora di legno bruciato dove la cenere entra nella pelle e negli occhi, che rispondono con lacrime.
 

martedì 21 settembre 2010

Pianura intorno alla laguna

Cochabamba è la prima tappa di questo avventuroso viaggio antropologico. Già dall'aereo si nota la magia di questa terra dove le cime delle Ande spuntano dalle nuvole e si alternano tra verdi chiari e verdi scuri.
Le vie della città sono strette e caotiche, le macchine suonano ad ogni incrocio per avvisare che stanno arrivando e i pedoni... i pedoni attraversano correndo perché per loro non ci sono semafori. Una scacchiera di case vecchie e nuove lascia spazio a due grandi piazze: Plaza 14 septiempre e Plaza Colon. Plaza 14 septiembre è viva e colorata, le persone che passeggiano o stanno sedute sulle panchine e una signora anziana si fa lucidare le scarpe da una giovane. Le donne cholitas vendono pan dulce, spremute di arancia e popcorn dolci e altre gallette fatte di mais. Sono immediatamente riconoscibili perché vestono con una gonna a pieghe molto larga e abbondante, hanno due lunghe trecce nere e un cappello bianco decorato che le protegge dal forte sole. Queste donne hanno deciso di vestirsi tradizionalmente ma di vivere in città e così regalano un colore in più a questa città che è un misto di tradizione e ricerca di occidentalizzazione sia nelle persone che nelle case e nei negozi.

E' sera e l'aria è fresca e in piazza Colon si accendono le prime luci di bar improvvisati. Passeggio vicino al laghetto e una donna sta preparando una lunga tavola con la tovaglia, i piatti e bicchieri coordinati sul verde. Più avanti qualcuno sta praparando la griglia e a breve la tavolata si riempirà.



Il mercato è un'esplosione di suoni, odori, colori e persone. Un enorme labirinto ordinato diviso in settori. Entro in quello che dovrebbe essere l'inzio e mi trovo circondata da torte giganti e coloratissime, dolci di panna e cioccolato che sembrano finti da quanto sono perfetti. Mi perdo tra la frutta e i tessuti, sento un profumo e decido di seguirlo, dove mi sta portando? Alzo gli occhi e di certo non mi aspettavo di vedere quello che mi si presentà lì appeso: file e file di feti di lama secchi. Il profumo che sentivo era di incenso sicuramente: sono arrivata nella zona "magica" del mercato. Qui si vende tutto il necessario per offrire doni e chiedere fortuna, salute, amore e ciò che si desidera alla Pachamama. Mi fermo a parlare con la donna del banco, G. e le chiedo di raccontarmi a cosa servono i feti. G. mi dice che come noi mangiamo la carne così la mangia anche la Pachamama e mi assicura che i Lama non vengono uccisi per questo ma che sono feti di lama morti o che haa vuto problemi di parto. Nel banco vedo un foglio di carta con sopra del terriccio e delle placchette bianche disegnate e 100 dollari, è un preparato per quando si prega la Pachamama. Il terricico è terra e foglie di coca con sopra del cotone, le placchette simboleggiano ciò che si vuol chiedere, infatti raffifurano scene d'amore, di lavoro, di salute, e la banconota serve per alimentare il fumo che si va a creare con del carbone. G. mi permette di fare delle foto al suo banco ma non a lei.
Non è la priam volta che incontro questa reticenza alla fotografia e già sapevo che qui sarebbe stato difficile ritrarre persone, il timore è che gli venga rubata l'anima: ognuno di noi possiede più anime collegate alle principali parti del corpo e spesso un dolore fisico è collegato al furto di quell'anima.
Esco dal mercato, esco dai colori dell'artigianato e mi ritovo in città con pullman e macchine e venditori di arance agli angoli della strada.

Oggi è il mio ultimo giorno a Cochabamba, domani si parte! Questa notte la passeremo in tenda nel giardino della casa dell'autista. Ieri abbiamo trovato una macchina e un pulmino per iniziare la nostra avventura e l'autista è stata una sopresa: si è offerto lui non appana ha scoperto della nostra attività. Ha risolto i nostri problemi solamente con 4 domande:
Quando si parte?
In quanti siete?
Dove andiamo?
E a quanti gradi sotto zero arriviamo?
Bene, ha detto, domani sono pronto.

venerdì 17 settembre 2010

Per la stessa ragione del viaggio


Viaggiare è per me conoscere l’altro, domare e al contempo alimentare la mia costante curiosità di scoprire i mille colori e le mille forme del mondo, assaggiare la vita nelle sue molteplici realizzazioni, scoprirne la vitalità per chiedere ad ogni anima cosa vede all’esterno di sé.
Non è la meta che fa il viaggio ma il viaggio è fatto dalla ricettività di chi si mette in cammino, che intende scoprire e soprattutto imparare dai mille modi di stare al mondo, di essere nel mondo. La meta è una tappa di un viaggio che forse non termina mai perché l’esperienza continua a vivere dentro di me: da dopo il primo passo sento continua l’evoluzione del mio pensiero.

Questa mattìna sono partita da Venezia per arrivare a Madrid, città che non avevo ancora vistato e nella quale mi fermerò solamente una notte. 
Io e Nicola passeggiamo per Barajas alla ricerca di un posticino dove pranzare. La cittadine è davvero piccola e non particolarmente caratteristica, le strade sono in salita e dall'alto di esse si può vedere la pista di atterraggio.
Dalla piazza principale ci addentramo in una via che sale...
-Dove vuoi mangiare?
-Lì come ti sembra?
-Che bella quella frutta, mentre decidiamo mi prendo una pesca, guarda che colore!
-Hola, que te falta?
-Esta, solamente una
-Tomala...
-Gracias, quanto vale?
-Nada, es por ti guapita, que te vaya bien!


E così con un sorriso, una pesca e un raggio di sole che spunta ci prendiamo qualcosa da mangiare e ci sediamo in una panchina in piazza.
Non può mancare il dolce: muffin ai frutti di bosco con crema di latte all'interno! Il cameriere della pasticceria incuriosisce Nicola:
-Perdona, una pregunta: de donde eres?
-Yo soy de Bolivia.

Un boliviano di Cochabamba, la nostra prima tappa! Così parliamo un pò della Bolivia e della nostra ricerca prima di salutarlo e prepararci ad andare a Madrid.

Senz’altra meta che la propria perdizione 
è così che intendo pormi per scoprire e riscoprire emozioni e persone in ogni istante, per scoprire e conoscere l'altro.

Ora vi scrivo da un ostello in centro a Madrid, un posto bellissimo con ragazzi e ragazze provenienti da ogni dove, ognuno con la sua storia e il suo motivo per essere qui. Siamo nel salotto comune e ce la raccontiamo. Parlo anche con Gigi, uno spagnolo di origini italiane che lavora qui e continua a dirmi che non capisce come tutti questi ragazzi si mettano al pc per ore, non capisce come possano stare anche un'ora e mezza a chattare in facebook: "siamo nella capitale" dice "vai a farti un giro! Cosa fai qui?!" Ed ha ragione... per questo il post di oggi è corto... vi chiedo scusa, vado a prendere Martina alla metro e salgo de fiesta con i miei compagni di viaggio e chi ho conoscoiuto qui.

lunedì 13 settembre 2010

Uno zaino per...






Una spedizione

60-70 giorni…magari 90

Abbigliamento per un clima dai 30̊ ai -10̊

Due paia di scarpe per un itinerario dai 237 m.s.l.m. ai 4090 m.s.l.m.

Due occhi e un diario di campo per più di 5000 km

Tre jeep per un’equipe di ricerca

Una cartina geografica e un pennarello giallo per segnare il nostro arrivo a Cochabamba (2548 m.s.l.m.)
E da qui inizia l’avventura.
Ciò che sappiamo è che ci serviranno 3 giorni per alcuni preliminari organizzativi: un seminario con docenti e studenti delle università di Cochabamba e acquisti di attrezzatura tecnica come tende, zanzariere, lampadine, pala, piccone per scavare… e materassini.

Dal 18 settembre al 1 ottobre prenderanno vita i nomi di Cochabamba, Chapare, Villa Tunari,San Javier e Trinidad:
-Da Cochabamba discesa verso il Chapare. Prima tappa a Villatunari e immersione nella realtà economica che ha messo in moto i diversi movimenti migratori di una popolazione dedita all'agricoltura.
Argomento di ricerca: coltivazione della coca e la conseguente nascita dei movimenti.
-Seconda tappa: San Javier, in quella che è stata una missione gesuitica all'epoca delle Reduciones. Da San Javier proseguiremo il viaggio direttamente a Trinidad (237 m.s.l.m.) con visita di alcune aree tropicali (Mmnorè e dell'Ibare).
Argomento di ricerca: analisi delle antiche strutture agrarie attribuite alla cultura Arawak e confronto con gli attuali sistemi economici d'uso della terra. Relazione tra le aree tropicali umide inondabili con quelle non inondabili oggi utilizzate soprattutto dalle aziende zootecniche. Tre giorni verranno trascorsi all'interno di un'azienda latifondista non lontana dalle aree inondabili dove oltre mille anni fa sono stati costruiti canali e terrapieni da popolazioni amazzoniche preincaiche.

Dal 2 ottobre al 17 ottobre si risale:
Trinidad - La Paz 3640 m.s.l.m. - Achacachi - Charasani 3200 m.s.l.m.
-Prima tappa La Paz: contatto con le università, con l'ambasciata italiana in Bolivia e con i ministeri di riferimento come il viceministero della medicina tradizionale.
Argomento di ricerca: analisi del territorio in relazione al processo storico culturale tiawanaco, molle, incaico e coloniale.
-Seconda tappa: Lago Titicaca. Permanenza per almeno una settimana nelle comunità di Charasani e Curva.
Argomento di ricerca: attività degli Sciamani Kallawaya eredi della medicina tradizionale incaica e tiawanacota. Possibilità di intervistare gli amministratori locali e alcune famiglie indigene.

18 ottobre - 3 novembre
La Paz - provincia Loayza - Uyuni  3656 m.s.l.m. - Potosi 4090 m.s.l.m. - Sucre 4090 m.s.l.m.

Prima tappa: comunità della provincia Loaisa gravitanti intorno al municipio di Cairoma.
Argomento di ricerca: valutazione dei sistemi d'uso pubblico e privato dell' acqua nei diversi periodi storici degli ultimi duemila anni; dalla fase Tiawanaco a quella postcoloniale.
Obiettivo: realizzazione di un documentario specifico sul valore della memoria geografica in relazione alle strutture sociali e alle diversità sistemiche territoriali. Una nota di approfondimento sarà dedicata alle relazioni tra i ghiacciai che si stanno ritirando e le problematiche relative alla scarsità della risorsa idrica.
Seconda tappa: trasferimento verso Potosi e Sucre fermandoci 4/6 giorni tra S. Ana de Chipaya, lago Poopò e Uyuni per visitare le comunità Chipaya, Uru e il salar di Uyuni.
Argomento di ricerca: raccolta dati sui modelli di vita delle popolazioni locali e agli archivi di Sucre e di Potosì.

3 novembre - 20 novembre verso il ritorno
Sucre - Tarija 1854 m.s.l.m - Santa Cruz 416 m.s.l.m

-Prima tappa: Tarija e dintorni.
Argomento di ricerca: archeologia territoriale e memoria geografica. Ricerca anche archivistica presso il convento Francescano dove si trovano depositati migliaia di testi e di manoscritti relativi al periodo della colonia e alla cristianizzazione dei territori Ava Guarany o Chiriguano.
Argomento di ricerca: comunità Ava Guarany cristianizzate e non cristianizzate che vivono ancora oggi lungo il rio Pilcomayo.

20 novembre - ?
A questo punto non è detto che io rimpatrii. Se le condizioni climatiche me lo permettono l’unica cosa di cui avrò bisogno sarà un altro sapone di marsiglia e un qualche mezzo per tornare dai “miei” sciamani…

venerdì 3 settembre 2010

Ejok Ejoka




L’incontro, l’ascolto, il mettersi in discussione, l’incomprensione e lo scandalo come anche l’apprendere sono esperienze che nascono dalla relazione che l’antropologo si trova a sostenere nel momento in cui va sul campo. Andare è un’espressione all’infinito che con una pennellata di romanticismo affascina e fa fantasticare chi rimane e mette in gioco chi va. Molte sono le fasi del prima e il dopo forse, a volte, non ha fine, di certo non termina con il decollo di un aereo. Ecco un collegamento tra la mia tesi in Eritrea e il campo in Karamoja. Un ritorno in Africa orientale. Nel precedente lavoro mi sono concentrata sulla stregoneria e sulla possessione, un tema che parla di relazioni tra un io e le proprie convinzioni, tra un io e i propri sistemi di credenze, che si sono modificati nel corso della storia e del tempo, che hanno portato a nuovi incontri, relazioni e trasformazioni, anche di quel mondo sovrannaturale e invisibile ma non per questo non presente. E’ anche una relazione tra chi è posseduto e chi non lo è, tra chi ci crede e chi no, tra chi aiuta e chi viene aiutato, tra i cristiani puri e tra chi professa una forma religiosa unendo la fede nel Dio cristiano alla credenza in altre entità come spiriti  e altre figure appartenenti al mondo sovrannaturale. E’ una storia di relazioni con il passato, con il colonialismo, con la propria cultura che si manifesta anche in un unico atto sincretico, quello della persona posseduta da uno spirito zar che si reca in un paesino d’ acqua miracolosa in mano a sacerdoti ortodossi.
Nella terra dei Karimojong ho voluto approfondire la relazione multipla e sincretica all’interno di questa realtà che sembra una ma ne racchiude mille, mille modi di essere e di essere visti. Ho pensato a Moroto come a un fiore, una margherita, una rosa o un fiore d’ibisco con il suo colore e il suo profumo, composto di petali, e ogni petalo è una dimensione relazionale, è un modo di vedere la realtà e un modo diverso di essere visto ed inteso.
La relazionalità riguarda vari livelli: io che incontro i locali, ma prima di averli incontrati di persona li ho incontrati nei libri, descritti con gli occhi di qualcun altro. Poi ci sono loro che incontrano me, non la prima bianca in quella terra, in quella terra di incontri tra bianchi e neri non sempre andati a buon fine. E tanti bianchi, ognuno con un motivo diverso ma tutti lì, che guardano con i loro occhi alla Karamoja e ai suoi abitanti, le voci che emergono maggiormente sono un po’ superficiali perché li descrivono come gente povera, primitiva e senza possibilità di sviluppo, ma allo stesso tempo gente forte e fiera che vive in un ambiente dal quale nessuno di noi ne uscirebbe vivo, gente che necessita di qualche mezzo in più perché non è stupida, e quindi chi aiuta giustifica così la propria presenza in Karamoja, una presenza necessaria affinché i Karimojong possano realizzare una vita migliore. In questa terra vegliata dagli antenati che in cielo vivono come vivevano in terra e dove gli spiriti sono spesso interpellati ci sono andata io, con un approccio antropologico, per incontrare i suoi abitanti e scoprire come loro stessi si guardano e che strategie utilizzano per emergere dal clima di relazioni in cui occhi di bianchi estranei convergono in un unico centro, la Karamoja, e una voce alza la mano, nera, per esporre il proprio punto di vista.

Ho sempre subito il fascino dell’Africa, ricordo ancora l’emozione della prima volta che ci andai e quando fissavo negli occhi le persone in aereo con me, occhi profondi e spesso lucidi, a volte cupi, il mio sguardo sembrava chiedergli il permesso di entrare a casa loro. Quando sono scesa dall’aereo, questa volta ad Entebbe, ho sentito lo stesso profumo caldo di quell’aria africana, difficile da descrivere, ricordava l’odore della terra quando piove, ma secco, ed ha risvegliato in me tutti i ricordi dell’Eritrea. Un'altra relazione da non sottovalutare è il collegamento con la precedente ricerca. In questo secondo campo sono partita molto sicura e poco timorosa dello spaesamento e il trovarsi lontano da casa, in attesa di situazioni ed emozioni già vissute o provate qualche anno prima, ma per quanto possa essere d’aiuto avere un po’ di esperienza ogni contesto è a sé. Ho scelto la dimensione dell’organizzazione non governativa perché sono partita da sola ed è stato impossibile trovare dei contatti in loco, impossibile pensare di prenotare una camera in un albergo in Karamoja e muovermi in autonomia, prima di tutto per questioni di sicurezza. Anche la diffusione consistente di malattie importanti ha avuto la sua rilevanza nella fase di preparazione: la malaria è endemica ed è il rischio principale oltre alla tubercolosi e la meningite. In un paese dove non sempre c’è disponibilità d’acqua, ovviamente non potabile, anche le quotidiane pratiche igieniche non sono scontate, così ho pensato di non mettermi a rischio, o almeno limitare i danni. Inoltre ero curiosa di conoscere da vicino l’operato di una ong, capire se c’è spazio per un po’ di antropologia.
La tesi parla quindi di relazionalità. Relazioni che si instaurano sul campo e non solo limitatamente al momento dell’etnografia, ma anche con chi ha lasciato traccia dentro di me, relazioni che scaturiscono dall’incontro, che segnano la storia e determinano il futuro.
      
          Ho scelto di tornare in Africa perché ne sono affascinata e perché credo che questa terra con le sue genti possa trasmettere molto. E’ difficile spiegare una propensione, una passione, un interesse non facilmente esprimibili senza correre il rischio di cadere nella retorica, ma sento che ogni volta che torno in Africa scopro relazioni e sentimenti nuovi. Dalle vicende storiche si coglie come i Karimojong siano stati sottovalutati o esiliati da uno sviluppo nazionale, purtroppo per ignoranza, per la non volontà di incontrarli perché subordinati ad interessi economici e di necessità espansionistiche dell’Europa colonizzatrice.
          Ricordo ancora la sensazione che ebbi quando mi sedetti sulle dune del deserto e guardai verso un orizzonte immenso e monotono, e quella visione libera fino a dove la sabbia e il cielo si incontrano non mi fece pensare ad una terra noiosa e senza spessore, ma desiderai avere la possibilità di tornarvi più e più volte, a scoprire come la gente vive, e così ogni volta quando mi trovai ad osservare la savana karimojong, la fine del deserto prima che inizi il mare a Massawa o il sole che tramonta tra le dune della Tunisia. Immersa in quel mare di sabbia africana affiora nella mia mente un sentimento che Leopardi aveva saputo esprimere e descrivere trasmettendomi quelle sensazioni.

  […]
    Ma sedendo e mirando, interminati
    spazi di là da quella, e sovrumani
    silenzi, e profondissima quiete
    io nel pensier mi fingo; ove per poco
    il cor non si spaura. E come il vento
    odo stormir tra queste piante, io quello
    infinito silenzio a questa voce
    vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
    e le morte stagioni e la presente
    e viva, e il suon di lei. Così tra questa
    immensità s’annega il pensier mio:
    e il naufragar m'è dolce in questo mare.

Tapac è un piccolo paese al di là del monte Moroto verso il Kenya. Si trova all’interno di un’ampia vallata con qualche villaggio arrampicato sui monti. Il centro è a valle, con le case di terra, i negozietti, una piccola scuola, il dispensario e un campo da calcio, ovviamente la chiesa. Su per i monti si scorgono i classici villaggi, però senza recinto attorno, e le donne che salgono e scendono lungo un sentiero irto per andare a fare rifornimento d’acqua e di qualunque altra cosa.
Ricordo con nostalgia la visita a Tapac, forse perché è stata l’unica notte che ho passato al di fuori della mia struttura d’accoglienza. Vi è un’ampia zona dei Padri Bianchi, recintata con della rete e all’interno si trova la loro casa, divisa da quella delle ragazze di servizio, gli uffici, la cucina, la dispensa, la sala da pranzo e tre piccole stanze per accogliere gli ospiti. Noi eravamo in cinque, due stanze da due e una singola. Prima dell’imbrunire arriva un giovane prete per passare lì la notte, così devo lasciargli la mia camera in cima alla collina e la ragazza di servizio mi offre la sua, in una casetta ai piedi della collina ma pur sempre all’interno della rete, mi avverte di non far tardi perché sono vicino alla recinzione e i soldati alla sera si aggirano ubriachi. Scende la notte e mi chiudo all’interno. La casa è molto piccola, la porta è a destra, mi trovo subito in un primo ambiente con solamente un tavolo addossato alla parete con stesa una piccola tovaglia, poste sopra due tazze e due bottiglie, due sedie e due porte ai lati del tavolo. Avevo capito che la ragazza, Dorchas, dovesse dormire lì con me e la cosa mi rassicurava, ma il silenzio mi dice che sono sola, la mia stanza è a sinistra. Entro. Una lampada ad olio diffonde una fioca e calda luce, fuori il vento è freddo. Il letto è fatto con una coperta di lana, un piccolo comodino con due orecchini e una bauletto chiuso. Dispongo sul tappeto le mie cose e mi preparo per dormire. Abbasso la fiamma della lampada ad olio fino a che il buio mi avvolge completamente e ascolto i suoni della notte.
Sarebbe stato meglio se mi fossi addormentata immediatamente, il lucchetto della porta continua a sbattere, sento rumori metallici anche alle finestre, mi fa paura, so di essere chiusa dentro, ma sono comunque isolata e il fatto di sapere dei soldati lì attorno non mi tranquillizza.
Finalmente capisco: il vento si è fatto così forte da far muovere il lucchetto esterno e altre cose presenti sulla lamiera della porta e delle finestre. Torno a godermi il momento prima del sonno finché sento battere alla porta. E’ già mattina ma non capisco chi possa essere, poi riconosco la voce di Dorchas e le apro, si era dimenticata le chiavi della cucina.
Dopo colazione andiamo in visita ai villaggi della montagna con Mark, un ragazzo di Tapac che ci fa da guida a traduttore. Entro nel villaggio in cima e subito un uomo mi chiede di sposarlo, ringrazio ma sono costretta a rifiutare, devo far ritorno in Italia, ma si inserisce un altro ragazzo che scherzando chiede quante mucche valgo. Cento è la risposta. Effettivamente è un buon prezzo e posso pensarci, ma lui dice che inizierà a pagarle solo quando mi vedrà ritornare dall’Italia. Come faccio ad essere sicura che se torno nuovamente qui lui davvero mi vorrà sposare? Voglio che si impegni a mantenere la promessa, devo avere una certezza.
Si fa avanti una piccola signora, molto anziana con i capelli bianchi e un po’ gobba, porta le mani al collo, ha molte collane di perline e vari oggetti appesi, da queste ne toglie una di metallo e me la mette al collo, è la mia futura suocera!
Con Mark mi assicuro che stiamo tutti scherzando, perché la collana di metallo appartiene solamente alle donne già sposate e non vorrei mai portarla via a qualcuna. Non me la sento di accettare, ma la piccola signora insiste divertita, la ringrazio e le dico almeno di farmi sapere il suo nome.
Sara.
Sono scesa al paese, ho comperato un po’ di fagioli, zucchero e sapone e li ho portati a Sara, per ricambiare il regalo. Dopo di che ci siamo riuniti nella capanna-salotto con un po’ di loro a festeggiare l’incontro con un po’ di birra locale.

Questo racconto parla di matrimonio, di regalo, di scambio, di relazione e di incontro. Di accoglienza, che mi è stata data dai Karimojong della montagna.